scritto da soslow il giovedì, 24 luglio 2008,15:07

Domani - salvo imprevisti - partiamo per le meritate e tanto attese ferie.

Ho voglia di dormire senza sveglia, e di poco altro. Acqua di mare. Aria pulita. Stop.

Il mio angolino di paradiso l'ho trovato già, nell'incavo del braccio del mio tesoro.

Buone cose a tutti,  a presto.

Cecilia

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scritto da soslow il venerdì, 18 luglio 2008,11:48

 

L'ultimo libro che ho divorato   l'autrice è quella di Intervista col vampiro.

Non sono fiera di me quando leggo 'ste cazzate però... mi è piaciuto tanto! adesso mi prendo una piccola pausa e poi leggerò il seguito.

Baci ai miei lettori in vacanza

Cecilia

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scritto da soslow il giovedì, 17 luglio 2008,12:43

Mi sta capitando una cosa strana. Un cambiamento, nemmeno troppo lento.  Fino a qualche tempo fa - anni? o mesi? - non avrei saputo pensarmi e immaginarmi senza un figlio.  Impazzivo per i piccolini. Struggente la tenerezza e l'amore per i miei due nipotini. Proprio tenendo fra le braccia Edoardo avevo sentito la necessità l'urgenza di avere un bimbo tutto mio. E provavo un po' di invidia buona quando vedevo questi pancioni, queste future mamme circondate di attenzioni, radiose, così importanti.

Il punto si nasconde dietro quel verbo, dietro l'idea di avere: mai come in questo caso non si tratta di avere ma di essere. Un essere piccolino da principio, ma poi.

Eppure non sono una single incazzata. Sono serena in questo periodo. Ma non vedo un figlio nel mio futuro, non nell'immediato.

E non per i soliti discorsi non ho abbastanza soldi, non ho una casa, non è il momento. Non so come spiegarlo, è come se dentro di me fosse cresciuto un non-bisogno, una non-esigenza, ecco, più o meno così. Prima lo sentivo, adesso no. Prima le coppie senza figli mi intristivano, adesso vedo coppie affiatate unite complici e serene anche senza figli.

Prendo la cosa con la massima serietà. Non è uno scherzo. Non è qualcosa per realizzarmi (quante donne la pensano in questi termini?). Non è qualcosa per non sentirmi da meno rispetto alle altre.  Non è nemmeno l'escamotage per far durare una storia d'amore. Mi hanno detto un figlio serve a dare uno scopo, una direzione, sennò cosa si sta insieme a fare?!

Quello che chiamano "scopo" in realtà è una persona, un essere a sè stante che non ha chiesto di venire qui per risolvere eventuali problemi miei e solo miei. Un'attività commerciale in comune potrebbe essere uno scopo comune. Un mutuo cointestato idem (sto scherzando ovviamente).

Ci tenevo, prima. Ci tenevo davvero tanto. L'istinto materno in me è sempre stato molto forte. Eppure si cambia, cambiano le convinzioni le esigenze, cambiano le priorità.

L'argomento è molto presente negli ultimi tempi.

A breve la famiglia si allargherà con l'arrivo di una nipotina (io la vedo già biondina, delicata delicata) e il ricamo della zia Cecilia per la nascitura langue, è lì abbandonato su una sedia, devo provvedere.

Una coppia di amici che desidera quasi spasmodicamente un figlio e che inevitabimente mi porta a farmi tutte le domande del caso, a confrontarmi che confrontarsi con gli altri fa solo bene!

Sono emozionata per questi bimbi in arrivo e non vedo l'ora di abbracciarli e di annusarli dietro le orecchie dove sanno di pane caldo, giocare con i piedini cicciosi, di fare tutte quelle cose che una brava zia deve fare come viziare, coccolare, dispensare regalini quando sono proprio piccoli e seminare parole e attenzioni quando cominciano a crescere. Però è scomparsa quella sensazione di ansia, quella forma di insoddisfazione che mi faceva dire e io? e a me?

Cecilia

scritto da soslow il venerdì, 11 luglio 2008,13:31

Io la Guzzanti la menerei!! mafffforte!!!

Delirio di onnipotenza, volgarità gratuita: rappresenta alla perfezione quella parte di sinistra che mi dà il voltastomaco

Se fa satira, non mi fa ridere. Nemmeno un po'.

Ogni volta che parla è sempre, sempre, sempre la stessa storia.

LEI vive in un paese dove vige una dittatura durissima. Strano, perché se così fosse non si capisce com'è che riesce a impugnare un microfono e sparare cazzate.

Mah.

Odiosa.

 

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scritto da soslow il giovedì, 10 luglio 2008,11:43

Lavoro nel settore dell'edilizia e sono nauseata dalla faciloneria e dal pressappochismo e dal disprezzo strisciante per le regole. Un minimo di trasparenza a livello fiscale questa c'è ma per il resto... lasciamo perdere!

Subappalto del subappalto del subappalto del subappalto e così all'infinito.

E non credo che altrove sia poi tanto diverso da qui. I controlli dove sono?

Per questo non mi meraviglio delle morti sul lavoro. Non mi meraviglio nemmeno un po'.

Cecilia amareggiata

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scritto da soslow il giovedì, 03 luglio 2008,14:15

Purtroppo devo fare i conti quasi quotidianamente con una triste realtà, ovvero il fatto di non contare nulla o quasi nulla sul lavoro. La mancanza di rispetto e di considerazione non dovrebbe nemmeno sfiorarmi ormai eppure sono una fagiana senza scampo  e non mi ci abituo

l'altro lato della medaglia, quello che a malapena mi consola, è che faccio proprio quel cazzo che mi pare però... diciamo che non sempre l'equazione funziona, preferirei rinunciare a un po' di libertà per un po' più di considerazione

la mia pausa pranzo non è importante,  mi chiamano dovunque io stia (nel raggio abbastanza limitato di luoghi che posso raggiungere in un'ora-andare-e-tornare) perché non trovano questo o quello, perché sono senza chiavi e non possono aspettare in strada, e per altri stronzi motivi

ma la colpa è mia, perché sono una fagiana che non si fa rispettare, non riesco a fregarmene, non riesco a non rispondere quando vedo che mi chiamano

e così immancabilmente mi incazzo e mi viene il mal di testa

e non c'è niente di peggio della frustrazione

e infatti gliel'ho detto al panzone la prossima volta che non hai le chiavi, aspetti!

mi ha risposto a tono, qualcosa del tipo  che cazzo di risposta è... la prossima volta mi dici dove sei e ti raggiungo

mi sono girata con aria di sufficienza e ho sibilato (da vipera, giuro, una viperaccia)  non ci sarà una prossima volta

La pausa pranzo è sacra. Non si discute. È un mio cazzo di diritto non vedere la tua faccia brutta almeno per un'ora.

Ho finito, mi sono sfogata.

Ce

scritto da soslow il mercoledì, 02 luglio 2008,10:26

Ieri sera l'ho detto così, mica per vantarmi o per fare la deppiù.

Chi è di Milano lo sa che cos'è la filovia della linea 90-91-92 , un bordello di gente sempre a qualsiasi ora; ora che fa caldissimo poi è l'anticamera dell'inferno, giuro. A meno che non si ha la fortuna di salire sulle nuove vetture, quelle con l'aria condizionata.

Dicevo. Estate o inverno non fa la differenza. Quando si sta stretti stretti come le sardine nella scatola capita che qualche simpatico ragazzotto/anzianotto appoggi le proprie grazie sul morbido.

Capita di percepire inequivocabilmente le erezioni mattutine (pomeriggio mai) di perfetti sconosciuti.

Capita di provare un fastidio feroce, senso di nausea di schifo, voglia di voltarsi e mollare schiaffi.

Capita di restare immobile e turbata.

Che bella parola turbata.

Cecilia

scritto da soslow il martedì, 01 luglio 2008,14:39
Giornata pesante ieri, lunedì. Molto pesante.
I nervi a fior di pelle, quell’angoscia sottile sottile che accelera il respiro, mano che pesa sullo sterno, sono letteralmente saltata sulla sedia più di una volta lanciando per aria fogli, penne, rovesciando un caffè. A* alle prese con un lavoro, io che non riuscivo a parlargli e lo immaginavo già morto, o comunque ferito. Gravemente.
 
Stella… Quanta pazienza.
Ma io… cosa dovrei dire io? Inevitabilmente a fine serata svuoto il sacco, do la stura a tutto questo magma che bolle blo blo blo, bla bla bla, po po po , bleah bleah bleah
 
Un filino di masochismo me lo riconosco.
Ma non quello divertente. Quello non fa veramente male. Soffro (soffrivo?) di masochismo, di quello nemmeno tanto subdolo.
 
Gli ultimi sei mesi immersa in un clima di tensione snervante.
Subisco l’onda d’urto dell’ira cieca, stupida, illogica e ridicola di mio padre. Il litigio, in confronto, è da persone mature!
Non si litiga in questa casa, non si discute. Da sempre si subisce l’umoralità imprevedibile di questo benedetto uomo che alterna la dolcezza più dolcezza all’ira tragica da tragedia greca.
Si abbatte su tutto e tutti e lascia stremati, svuotati, annichiliti dalla violenza verbale, dalla potenza anche fisica che ci mette nella sua rabbia. Occupa lo spazio mulinando braccia e gambe.
Le litanie che sgrana come un rosario blasfemo io le ho interiorizzate, le so a memoria. Le ricordo, e ricordo la paura che da bambina mi attanagliava, mi toglieva il respiro. Volevo nascondermi e non sapevo dove andare.
Adesso, quando comincia ad urlare, mi fa un po’ tenerezza, un po’ rabbia e un po’ pena. Se capita mi chiudo a chiave nella mia stanza non perché abbia paura, ma per non vederlo.
 
Bambina, ho imparato subito a smussare angoli e cose taglienti ho imparato a simulare, a non mostrare il mio spavento e la paura che lo avrebbero fatto infuriare ancora di più, ho imparato a farmi piccola piccola, come la più ipocrita delle mogli ho imparato a dire massì, non è successo nulla e all’occorrenza ho chiesto scusa per colpe inesistenti. Ho sorriso sentendomi paralizzata dalla paura, ho mangiato in silenzio fingendo che fosse tutto a posto, sperando che se fossimo rimasti tutti zitti ancora per qualche minuto, forse, saremmo riusciti a portare a termine l’ennesima cena interminabile.
 
Ora che sono una donna adulta mi rendo conto di aver subito – io, e mio fratello con me – un lavaggio del cervello, uno stillicidio di insicurezze e di umiliazioni infinitesimali, mescolate a tanto amore, a una generosità che ti inchioda al muro perché ti fa sentire, inevitabilmente, un ingrato schifoso.
Ecco. La mancanza di stima credo sia nata lì insieme alla convinzione di non essere in grado di fare determinate cose, parecchie cose.
Nasce lì anche la mia abitudine a chiedere sempre scusa. Ancora oggi non riesco a sfogarmi a parlare a mostrarmi fragile senza provare quella paura di deludere, di non essere all’altezza.
Oggi l’ho fatto di nuovo. Ho guardato A* e mentre lo fissavo, occhi negli occhi, non sono riuscita a trattenermi. Mi vuoi bene lo stesso? Una bambina, ecco cosa sono in quei momenti. Una bambina che teme di non meritare l’affetto.
Così facendo però soffro il doppio. Sto male perché sto male, e poi sto male perché temo che il mio stare male lo faccia allontare. Cristo… è assurdo! Un problema per volta dovrebbe essere più che sufficiente!
Sono sicura che un uomo non se le fa tutte queste menate.
Un uomo che torna a casa dopo una giornata no e cerca conforto tra le braccia della sua donna non ha paura che lei possa stancarsi o cose simili.
Si fa consolare si fa coccolare si fa una trombata e via, senza tante storie.

scritto da soslow il venerdì, 13 giugno 2008,10:02
Scritto ieri sera, postato solo ora.
Oggi è il dodici giugno, giovedì, sono le sette di un inizio sera afoso.
Scrivo mordicchiandomi le labbra e quell’unghia così carina che si è appena spezzata suonando la chitarra con foga. Troppa foga.
 
Non più tardi di mezz’ora fa ho telefonato ad A* con la voce assonnata, mezza rincoglionita, riemersa da poco da uno di quei sonni pomeridiani potenti, tanto brevi quanto profondi.
 
Stava lavorando. Ohi ohi. Sospiro.
 
Cioè no… è un tesoro di uomo, in questo periodo sta lavorando più del solito però capita spesso che i tentativi di trascinarlo nel mio mondo magico fatto di testa di musica di parole di suggestioni e di romanticherie sessuali pornosoft (mondo di femmina, tanto per capirci) falliscano bruscamente perché o sta lavorando o sta guidando oppure è impegnato nel parcheggio del secolo o è alle prese con un cliente
Che tempismo!
Lo so che lo state pensando però… fatevi un esame di coscienza.
Tot ore diurne dedicate al lavoro e ora che fa buio più tardi lavorate come i coltivatori del paleolitico ovvero fino a quando non tramonta il sole. Augh.
Poi impegnati nella guida.
Svariate pause cesso che noi donne c’abbiamo il radar per la pipì e la popò.
Pranzo e cena sono sacri, questo ve lo concedo, anche se io riesco a beccare il mezzogiorno che pranzi un po’ prima o la sera che fai tardi e ceni dopo. Sono una strega!
Mattina presto rinco per il sonno. Idem per la sera.
Poi c’è chi guarda la tv e non va disturbato. C’è qualche folle che pratica sport (pazze le donne che si fidanzano con i folli in questione). Chi segue le partite. Potrei continuare all’infinito con la casistica dei Momenti In Cui Potresti Disturbare.
 
E io che dall’altra parte di questo immaginario filo miagolo o rido o sussurro… mi sento una cretina.
Perché io donna non mi innamoro di un’altra donna?
Capirei i suoi giorni sì e i suoi giorni no, capirei l’estro di animale in calore, capirei le lacrime senza alcuna logica e gli entusiasmi freschi come è fresco il pane ogni santa mattina. Ci mettiamo l’anima.
 
 
Invece mi misuro in conversazioni a metà fra il surreale e il grottesco. Come la seguente, che è roba di pochi minuti fa.
Oi, ciao.
Ciao, stavo montando le guide. Fatto il giro in bici?
Sì.
Pausa rapidissima. Realizzo che non è servito a niente stancarmi zufolando con il vento fra i capelli.
Ale senti… mi sono appena svegliata con una voglia!!
Ride.
Di cioccolato?
Sbuffo. O lo trattengo? Vabbeh, trattengo.
No, di te. Che si fa?
Eh… che si fa?
Passa.
Pausa. Stavolta è lui a prendere fiato. Finge di aver appena sentito un imperativo laddove invece c’è solo l’amara sconfitta (ed è tutta mia).
Che dici? Passo?
No, no, dicevo che passa. La voglia.
Però fammi giocare un po’, dai, almeno concedimi di giocare.
Tesoro… tu cosa fai quando ti vengono le voglie?
Ti prego ti prego ti prego non dirmi che a) vai da quella biondina tanto carina oppure b) quali voglie?!
 
Eh… lavoro! Sai, quando lavori ti passano tutte le voglie!
 
Ok. Ma ho ancora qualche annetto prima della menopausa e non vorrei appendere le scarpe al chiodo anzitempo.
Sono in bilico sulla scala.
Sorride. Lo sento che è stanco e che i neuroni sono tutti tutti impegnati in quello che sta facendo.
Con il telefono in una mano… ok ok, scusami, dai.. ti lascio lavorare.
Santa donna. Me lo dico da sola.
E santo ragazzo lui  quanta pazienza che deve avere con me!
 
Poi ci salutiamo. Tenta – invano? – di infondermi fiducia dicendomi che sì, avremo del tempo, avremo modo di rifarci, e che ci vediamo domani. Passa a prendermi, mangiamo un boccone e poi via verso il lago.
 
Ok. Mi sta tutto bene. Ma io ho voglia adesso.
 
Cavolo! Cosa darei per essere una donna in carriera tutta d’un pezzo oberata di impegni. Invece gli impegni me li sbrigo e mi resta il tempo per pensare – per esempio - a quanto fosse carino quel libro di Mark Twain letto all’università “Il diario di Adamo ed Eva” e mai più riletto.
 
Ricordo che lo prestai ad Alessandro, lo spilungone studente di Economia e Commercio con la dermatite seborroica che aggiustava computer. Lui, non la dermatite.  Bruttino. La dermatite seborroica non lo aiutava, però aveva un odore che mi faceva impazzire e mi piaceva averlo come compagno di banco. Preparavo l’esame di storia della lingua italiana con il suo odore confortante sempre vicino, pranzavamo insieme ogni giorno, io lui e una sua amica. Forse Lorenza, sì.
Lui fumava e io bevevo caffè.
E passavano i mesi, e passavo anche gli esami perché mi faceva un po’ da padre, mi seguiva, mi interrogava. E io studiavo, ubbidiente.
L’idea di fare qualcosa per me sola e da sola all’epoca ancora non mi sfiorava, ci ho impiegato un po’ di tempo e un paio di fidanzati per imparare bene la lezione.
Comunque.
 
Oggi girovagando per la rete ho trovato delle pagine dedicate al Diario di Adamo ed Eva. Proprio un bel libro, dei bei ricordi. Se vi capita, leggetelo. Poche pagine, luminose.
 
Nel frattempo, scrivendo, quella voglia è passata in secondo piano. Se ne sta lì accucciata, in attesa.
Bei tempi quando noi ragazzine stavamo a gambe strette in attesa del vostro desiderio e compagnia bella. Ora il desiderio bussa, ha imparato la strada, scampanella il suo clacson sfacciato.
L’esperienza mi ha insegnato che sì… in teoria piace quella che prende l’iniziativa, la pratica poi. Punto.
 
Migliaia di anni di cultura cattolica e di vagine dentate sono difficili da cancellare, e il sessantotto è ancora qui dietro l’angolo. Quel verbo fare che si mette accanto all’amore sa tanto di fatica, di sudore, di bricolage della domenica.
Avrei potuto scegliere “fai da te” della domenica, ma suonava male. Volete fare, fare, fare, dare, dimostrare, e poi finire.  Oppure “dovete” fare, fare, fare, dimostrare e poi finire.
 
Ecco, se mi chiedessero una differenza di genere direi che sì, è questa.
Il gusto non tanto per il sesso in sé, quanto per il desiderio. Magari ci dedicate ore, settimane, mesi. Poi lo esaudite. Allora da quel momento in poi si fa istantaneo, e lo esaurite. Istante più, istante meno .
Questo a grandi linee. Scrivo queste minchiatine per il gusto di essere smentita, è ovvio.
 
Le culture orientali trasudano di quel gusto per il desiderio di cui parlavo prima.
Un occidentale avrebbe scritto il kamasutra in un post-it! Due colpetti e via… che cazzo c’è da dire?
Invece no, parte tutto dalla testa.
Ogni tanto mi piace(rebbe) essere scopata a partire dalla testa.
Ubriacata di parole. Bagnata solo di parole, di suoni e di immagini. Di fantasie. E poi farcita come una piadina.
 
Bene. Sto divagando, e mentre io divago e scrivo e perdo tempo… l’oggetto del mio desiderio avrà finito di montare le guide?!
Mah.
 
 
PS
Tesoro, ricordati gli anelli alle pareti. Anelli di metallo. Per legarmi e ammanettarmi quando viene sera. Così potrai guardare la tv in santa pace.
 
Cecilia
 

scritto da soslow il venerdì, 06 giugno 2008,14:59

Mi manca scrivere qui, mi manca il gesto di scrivere. Dopo aver fatto un falò dei miei taccuini - un vero e proprio lutto liberatorio - ho smesso di registrare le mie giornate sulla carta, le mie emozioni, le conversazioni.

Lavoro di più. Nelle ultime settimane sono cambiate parecchie cose qui al ventisei, è finita l'epoca del cazzeggio selvaggio. Mi hanno evirato il pc, niente video, niente mulo, niente chat. Una noia mortale. In compenso lavoro, faccio anche degli straordinari, gratis.

I mesi volano via in crescendo. Sto assaporando una normalità che mi si addice quasi alla perfezione, come un abito comodo. Nonostante i soliti nodi i soliti problemi che non mi riguardano più di tanto ma mi sfiorano... dicevo, nonostante le solite cose no, va bene.

Capelli più lunghi, parecchio più lunghi. A* sostiene che li ho sempre portati corti perché non c'era nessuno che me li carezzasse. Boh. È comunque molto dolce come spiegazione.

Torno al lavoro. Preventivi per wc chimici : interessa???

Cecilia